Povertà, sanità, volontariato

Siamo con la famosa rana della parabola, immersa nell’acqua, via via sempre più calda. L‘immagine che usa Salvatore Geraci, responsabile dell’area sanitaria di Caritas, descrive quanto accade alla sanità in Italia: come la rana che, immersa nell’acqua, si abitua alla temperatura in aumento fino a morire bollita, così ogni giorno ci abituiamo alla sottrazione di piccoli tasselli del diritto alla salute. Ci abituiamo a pagare alcune prestazioni. Ci abituiamo allo scadimento del servizio. Ci abituiamo all’idea che esistano più servizi sanitari, a seconda delle fasce di reddito.

L’evento di apertura del calendario di iniziative rodigine per la Giornata dei senza dimora è un convegno su “Sanità e povertà”, ospitato dalla Cgil di Rovigo e promosso principalmente dalla Caritas, con gli interventi di Salvatore Geraci, appunto, Alessandro Sovera, responsabile dell’Osservatorio povertà, e Giovanni Barbariol dello sportello Avvocato di Strada di Padova.

Parlare di sanità e povertà è parlare di diritti. Gli interventi dei tre relatori lo confermano. Inizia Sovera, portando gli esiti di una ricerca condotta tra gli ospiti delle strutture di accoglienza Caritas nel Nordest, al centro di una pubblicazione (“E chi è il mio prossimo?”) sulla grave marginalità in questa parte d’Italia.

Per quanto riguarda la salute, è al quarto posto tra i problemi più gravi degli ospiti di nazionalità italiana: è afflitto da problemi di salute di varia natura il 64,4% del campione esaminato. Per gli stranieri, il dato varia: il problema scende al quinto posto e incide nel 24,3% delle storie esaminate. Gli stranieri, del resto, sono anche una popolazione generalmente più giovane anagraficamente e, dunque, con minori problemi sotto questo profilo.

Semmai, commenta Sovera, la difficoltà è comprendere a fondo il significato dei dati che si raccolgono. Qual’è il rapporto tra causa ed effetto? E’ la povertà a generare problemi di salute o accade il contrario?

Un dato significativo lo porta, in apertura, anche Geraci: dal 2008, in tutto il mondo, le persone svantaggiate hanno difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria. E la causa di questo non sono tanto le povertà, quanto le disuaguaglianze sociali, che sono in aumento. 

Disuguaglianze che nascono anche dalle scelte economiche. L’esempio della Grecia è lampante: le politiche di austerità hanno colpito la salute dei cittadini, provocando un aumento della mortalità natale e dei nati sotto peso, per prendere due tra i dati citati.

geraci

E allora, come dice bene Sovera, è chiaro che questo modello economico ha fallito. E che “il welfare non può essere conseguenza dello sviluppo, ma un suo presupposto. La spesa sociale è un investimento”. 

Di nuovo Geraci, rammenta anche attraverso storie reali come “non si può parlare di salute senza parlare del vissuto delle persone”. Il che significa non solo, banalmente, che le politiche sanitarie hanno effetti anche durissimi sulla vita delle persone. Ma anche che prendere in esame i problemi sanitari di una persona significa iniziare a districare un groviglio di problematiche (l’abitazione, il lavoro, la famiglia, gli affetti) che riguardano la sua esistenza.

Infine, Barbariol ricorda fin troppo chiaramente come troppo spesso le istituzioni vadano in direzione completamente opposta, ideando strumenti per restringere i diritti delle persone. L’esempio è la residenza anagrafica, un diritto che spetta a chiunque e un dovere per qualsiasi Comune. Strumenti come le ordinanze, che i sindaci usano per limitare questo diritto ridefinendo i criteri di accesso, “nella migliore delle ipotesi con un obiettivo di contenimento dei costi, ma spesso proprio come strumento di offensiva politica verso certe categorie di soggetti”. 

Sono spesso le organizzazioni non profit ad attivarsi per aiutare, ma anche per vigilare sul rispetto dei diritti. Se la sfida di una sanità garantita a tutti in egual misura è troppo grande per avere soluzioni certe, vengono fuori diversi elementi confortanti. Il primo è il pubblico, seppure non numerosissimo, composto da una molteplicità di organizzazioni che comprende Caritas, Emmaus, Arcisolidarietà, San Vincenzo De Paoli, la cooperativa Porto Alegre, noi di Emergency, la stessa Cgil. Realtà con storie diverse e filosofie diverse, con servizi diversi, che dialogano tra loro.

Forse non è chiaro il “che fare”, ma il come passa attraverso la collaborazione. I problemi sanitari non sono che una frazione dello spettro di problemi che investono chi è povero: solo un lavoro di rete tra una molteplicità di soggetti, che comprende anche i semplici cittadini, può dare una risposta ad un bisogno complesso. E questo, in buona misura, le associazioni lo hanno già capito.

Un’altra cosa è molto chiara da quanto scritto sopra e da quanto detto dai relatori: parlare di diritti significa parlare di persone. Le scelte politiche hanno conseguenze sulle sorti degli esseri umani, che si scelga di andare in guerra o di tagliare servizi pubblici. Qualunque scelta in materia di politiche sanitarie e sociali dovrebbe partire da questo semplice assunto.

sovera

 

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